Sulle tracce de “I promessi sposi” con Club Magellano

Il lago di Lecco
L’aggettivo “manzoniano” ci riporta indietro nel tempo come un tuffo nell’abisso nel passato, nel mondo de I promessi sposi. Quante volte abbiamo ammirato da vicino, immedesimandoci negli occhi nostalgici di Manzoni, quel ramo del lago di Como, che volge al mezzogiorno? E quante volte, rileggendo col pensiero il celebre romanzo, abbiamo fantasticato sull’aspetto canagliesco dei Bravi?

Don Abbondio è poi per tutti il simbolo antonomastico della viltà fatta persona. Insomma, i personaggio creati dall’amato romanziere e le vedute da lui descritte, fanno ormai parte della nostra immaginazione collettiva.

Ebbene, ripercorrendo le famose “stradicciole” attorno al Lago di Lecco, ed i luoghi in cui l’autore trasse ispirazione, il Club Magellano ci guida, anche in quest’occasione, alla scoperta di un cammino stavolta più “italiano” e suggestivo che mai.

Sulle sponde del “Lagh de Comm”

Prima di intraprendere il nostro consueto viaggio sul Trenino Rosso del Bernina, il bus ci traghetta verso il Lario, meglio conosciuto come Lago di Como. Qui l’emozione letteraria trasmessaci da Manzoni si fa subito realtà: l’imponente sconfinatezza del fiume Adda va annullandosi solo in apparenza entro i contorni delle montagne alpestri, mentre il cielo, forte della sua stupenda azzurrità, sembra rifletterne all’infinito l’intenso color cobalto.

L’aria, purissima, ci avvolge in un dolce refrigerio. L’inconfondibile cresta verde del Monte Serrada, ci lascia senza fiato. Silenzio. L’intero paesaggio tace e con esso anche il nostro stupore.

Si potrebbe dire infatti che quelle offerteci dal moderno romanzo manzoniano siano più delle fotografie, proiettateci tramite l’uso di una superba narratività.

Passeggiando per la via del Caleòt

La prima tappa del viaggio che ci accingiamo ad intraprendere è proprio la villa in cui visse il grande letterato. Ci troviamo a Lecco, nel quartiere Caleotto (Caleòt in dialetto leccese), e qui, per oltre due secoli, abitò la famiglia di Alessandro Manzoni. Qui l’autore vi trascorse l’infanzia, la giovinezza ed i primi anni della sua agitata maturità, finché nel 1818 non vendetta a Giuseppe Scola la villa e tutte le sue proprietà leccesi per trasferirsi definitivamente a Milano, nella casa di via Morone.

Al suo interno possiamo trovarvi il Civico Museo Manzoniano, il cui percorso espositivo, molto interessante, si articola in otto sale che presentano vari mobili originari posseduti dallo scrittore (tra cui la sua culla), diversi autografi, stampe, incisi, dipinti e, ovviamente, le prime edizioni delle sue opere.

Nella prima sala, fra l’altro, è possibile ammirare i costumi (ben 2.000) che furono utilizzati dalla RAI per la versione televisiva de I promessi sposi del 1989. Lo sceneggiato letterario, ancora presente nella memoria di molti italiani, rientrò nel progetto di educazione culturale all’epoca proposto dai media per sopperire agli alti livelli di analfabetismo ancora presenti in alcune fasce della nostra popolazione.

Nel rione di Pescarenech

Pescarenico rappresenta un quartiere di Lecco ed è l’unico luogo esplicitamente citato da Manzoni nella sua opera. In questa “terricciola” collocata “sulla riva sinistra dell’Adda”, e caratterizzata da “un gruppetto di case”, lo scrittore vi ubicò il convento dei cappuccini in cui visse Fra Cristoforo, incarnazione dell’incorruttibilità. La chiesa fu costruita nel lontano 1574, nel corso della dominazione spagnola. La leggenda vuole che fu lo stesso governatore iberico, amministratore del comune, a recarsi “in giro col bacile a raccogliere limosine per quell’edilìzio”. Nel 1810 Napoleone ordinò la soppressione del cenobio che fortunatamente fu riattato dopo il 1821.

E in questa stessa zona, nella vicinanza della foce del Bione, ha anche luogo quella che nella finzione narrativa è forse la scena più bella e al tempo stesso più struggente della nostra letteratura: Lucia, a bordo di un umile batell (barca), abbandona il suo amato paese senza prima però salutarlo con un sofferto “addio” corale.

“Addio, monti sorgenti dall’acque (…) Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana!”

Il castello dell’Innominato

Nei pressi di Somasca, collocato su un’altura naturale, sorge un antico complesso di fortezze le cui origini sembrano risalire all’epoca carolingia, vista l’architettura del torrione centrale. Quel che sappiamo con certezza è che la fortificazione passò nelle mani della potente famiglia dei Visconti nel XIV secolo, per rimanere ad essa fin dopo il medioevo.

Una parte del complesso fu certamente eretta per fortificare il paese nell’ambito degli scontri che ci furono fra il Ducato di Milano e la Serenissima e che riguardano dunque l’intero territorio lombardo. Con gli anni però la struttura perse prestigio ed importanza e già al tempo di Girolamo Emiliano questa fu utilizzata dal santo per accogliervi i suoi orfanelli e stabilirvi delle residenze create dalla sua congregazione; i francesi procedettero a smantellarla nel 1509 mentre le popolazioni locali, spinte dal bisogno di ricavarvi del materiale da costruzione, ne alterarono definitivamente lo scheletro iniziale agli inizi dell’ottocento.

Ad oggi la roccaforte figura perlopiù come un rudere che tuttavia continua a conservare il suo seducente fascino arcaico, accentuato ancor di più dal mito che vi ruota attorno ossia quello dell’Innominato.

La fortezza, infatti, è oggi conosciuta col nome di “Castello dell’Innominato” in quanto la leggenda vuole che vi abitò Francesco Bernardino Visconti, personaggio storico realmente esistito, cui si ispirò Manzoni per la figura del bandito redento.

Manzoni conservò fino alla sua morte un legame fortissimo con questa terra in quanto non solo vi nacque la sua famiglia ma vi trascorse anche la gioventù presso i padri somaschi; la scelta del castello, quindi, non è casuale. Essa vuole rievocale un luogo di omicidi, di efferatezze commesse e subite, di crimini disumani che tuttavia vanno piegandosi, inevitabilmente, ad una religiosità cui l’uomo non può sottrarsi. Il pentimento per l’Innominato non è che la naturale evoluzione della sua malvagità come per Manzoni la conversione non è che l’inizio della salvezza spirituale.

Per maggiori informazioni su questo specifico pacchetto offerto alle scuole (il programma 17, di 2 giorni), inviare una mail a: info@bernina-express.com

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Debora Manini

Debora Manini, 21 anni, innamorata dello sport ma al tempo stesso amante del cibo, studia Lettere presso la facoltà di Scienze Umane de l’Aquila con il sogno di poter lavorare in futuro nel mondo dell’editoria. Oltre ad avere un’autentica passione per i viaggi, dovunque essi conducano, adora leggere romanzi e cucinare nonostante la cucina non adori lei.

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