“Volevo fare la maestra”: le storie delle donne della Valtellina


Donne

La giornata internazionale della donna si è da poco conclusa e in un turbinio di festeggiamenti, di mimose dolcemente elargite e regali donati, questa ci ha trasmesso, come sempre, una sorta di ebbrezza stordente, un’euforia convulsa ed entusiastica d’orgoglio femminile. E come ogni anno, si è parlato molto dell’essere donna.

Donna, questa “creatura sublime”, musa della stessa ispirazione. Questa “vittima”, perseguitata per secoli dall’ignoranza e dal più cieco bigottismo, cui Teresa Mattei, combattente nella Resistenza italiana, volle dedicare un fiore per celebrarne la liberazione. Un riscatto simbolico dal nazifascismo, da millenni di soprusi, dall’oscurantismo misogino imposto loro da generazioni di uomini.

“La mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette. Mi ricordava la lotta sulle montagne e poteva essere raccolto a mazzi e gratuitamente”, ebbe a dire alcuni anni dopo. Un fiore povero, dunque. Ma il primo che sboccia a marzo, agli albori della primavera, in tutta la sua delicata graziosità.

Le donne della Valtellina

Eppure, nonostante siano passati tanti anni da quel fatidico 1946, ci sono sempre nuove battaglie da intraprendere. Ancora oggi, l’essere donna, l’essere sovrana di sé stessa, dipende dal paese in cui si nasce, dalle condizioni socio-economiche cui si è sottoposte, dall’apertura mentale o meno della famiglia cui si appartiene. C’è ancora molta strada da fare. Proprio in questo ampio panorama di libertà in attesa di essere conquistate, l’Associazione Argonaute, presente in Valtellina, si impegna quotidianamente per promuovere la figura femminile in ogni contesto ed in particolar modo in quello culturale.

Un’alleanza in rosa

contadineIl nome dell’Associazione rimanda all’avventura, all’impresa, all’ardore di coraggiose naviganti pronte ad affrontare ogni giorni delle sfide. Ed è esattamente questo il senso che le fondatrici hanno voluto dare al loro circolo.

Nata per volontà di un gruppo di donne della Provincia di Sondrio, l’Associazione Argonaute si impegna a dar voce all’universo femminile, traducendone i disagi e cercando di interpretarne i desideri più nascosti. In una realtà geografica in cui si registrano tutt’ora parole non dette, sogni inespressi ma, soprattutto, ingiustizie taciute, queste madri, figlie e mogli, tentano di promuovere il benessere della donna in ogni sua forma.

L’associazione, ormai giunta ad un certo livello di notorietà nel comprensorio alpino valtellinese, organizza frequentemente convegni, incontri e dibattiti.

Dal minifilmato ‘Na vita sacrificada, realizzato sulle lavoratrici che hanno dedicato la propria vita alla campagna e alla famiglia negli anni 40’ e 50’, alla mostra fotografica Esistenze confinate, si sono posti all’attenzione del pubblico numerosissimi e stimolanti programmi.

Uno dei tanti progetti, dedicato alle “maestre di una volta”, è stato addirittura utilizzato come materiale d’integrazione per un documentario della RAI.

“Volevo fare la maestra”

La Valtellina, dunque, non presenta solo un territorio dalle mille bellezze paesaggistiche, ma anche una popolazione dinamica e vivace, sempre pronta a mettere in campo delle interessanti iniziative. È il caso, appunto, delle intraprendenti Argonaute.

“Dopo il lavoro sulle levatrici valtellinesi– spiega la relatrice e vice presidente Maura Cavallero,- abbiamo voluto creare un progetto sulle maestre per mantenere viva la memoria di quelle donne che sono state importanti per la comunità”.

maestre

Realizzando quindi dei video in Valtellina e in Valchiavenna, e ripercorrendo i passi e le vie abitualmente battute da queste maestre rurali, le Argonaute sono riuscite a far rivivere un momento importante della nostra storia.

Il risultato è in tutto e per tutto un documentario. Una testimonianza sulle difficoltà e la forza di queste educatrici che anche se costrette a insegnare in pessime strutture, e con un’orda di ragazzini analfabeti e spesso disagiati, riuscivano comunque a portare a termine il loro arduo compito.

Le maestre d’Italia

Come già detto, perfino la RAI si è interessata a un lavoro tanto elaborato. E così, partendo dalla “maestrina dalla penna rossa”, con una mirabile Giuliana De Sio, sino ad arrivare alle istitutrici del dopoguerra, la professoressa Simonetta Soldane ricostruisce attraverso un sapiente discorso il ruolo sociale della donna – insegnante. E nel farlo ricorre anche ai documenti raccolti dall’associazione.

Si raccontano, per esempio, le vicende delle giovanissime maestre valtellinesi Graziella Zoia e Albina Berbenne, allora appena diciottenni. Delle piccole donne chiamate a ricostruire, in un certo senso, un intero paese, da poco uscito dal conflitto mondiale. Così, in un ampio territorio alpino scarsamente abitato, le due educatrici ricordano com’era difficile raggiungere le scuole e quanta fatica si dovesse fare per solcare “quelle strade impercorribili”.

Alla fine però, il sacrificio era ricambiato da una parola finalmente pronunciata in italiano e non più in dialetto. Oltre a loro, moltissime altre maestre, in particolar modo in Lombardia, hanno contribuito a quel processo di alfabetizzazione ed educazione delle classi povere e medio borghesi, cui oggi dobbiamo parte della nostra preparazione.

In conclusione, il cortometraggio riassumente in appena 44 minuti l’evoluzione storica di questa figura scolastica, il suo contributo nella formazione degli italiani ma, soprattutto, la crescita graduale e prepotente di un mestiere tutto in rosa. Si parla, insomma, di storie bellissime. Ma anche di storie intrise di sofferenza.

Valtellina

Cronache nere di donne morte a causa della persistente volgarità e piccolezza intellettuale di chi non ha saputo comprenderle. Il caso più clamoroso cui si fa riferimento è quello di Italia Donati. Nel 1882 Italia ottenne un posto da insegnante elementare nel piccolo borgo di Porciano, vicino a Firenze. Fu costretta dal sindaco, suo datore di lavoro, a sistemarsi in una della sue abitazioni, venendo giornalmente importunata da quest’ultimo.

Le dicerie, le “male lingue”, non impiegarono molto tempo ad etichettare Italia Donati come una donna indegna del suo ruolo. Fu licenziata e bandita dal posto. Qualche mese dopo si mise dei sassi in tasca, guardò un’ultima volta il cielo, e si gettò in una cisterna d’acqua lasciando intatto soltanto un biglietto con su scritto: “Aprite il mio corpo e vedrete che sono vergine”.

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Debora Manini

Debora Manini, 21 anni, innamorata dello sport ma al tempo stesso amante del cibo, studia Lettere presso la facoltà di Scienze Umane de l’Aquila con il sogno di poter lavorare in futuro nel mondo dell’editoria. Oltre ad avere un’autentica passione per i viaggi, dovunque essi conducano, adora leggere romanzi e cucinare nonostante la cucina non adori lei.

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